Il caso
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di Tito Di Persio

TERAMO. Il sindaco di Teramo, Gianguido D 'Alberto e l'assessore Marco Di Marcantonio, invecchiati con l'intelligenza artificiale che insistono a guardare il cantiere aprutino per eccellenza. L'autostazione di Teramo continua a rappresentare uno dei luoghi fermi più discussi della città.
Quella che avrebbe dovuto essere un'infrastruttura strategica per il trasporto pubblico è ancora oggi un'opera incompiuta, diventata il simbolo di una vicenda amministrativa fatta di rinvii, promesse e date di inaugurazione puntualmente rimandate.
Nel corso degli anni si sono susseguiti annunci che lasciavano immaginare una conclusione ormai imminente dei lavori. A ogni nuovo cronoprogramma è corrisposta una nuova attesa, mentre cittadini e pendolari continuano a convivere con un cantiere che sembra non trovare mai la parola fine.
Nel frattempo si sono moltiplicati anche i rimpalli di responsabilità tra enti e amministratori, senza che questo riuscisse a tradursi in un'accelerazione concreta dell'intervento. L'immagine che ne deriva è quella di una città che continua a parlare di rilancio e sviluppo, ma che resta bloccata proprio su una delle opere pubbliche più attese.
A questo si aggiunge il silenzio su altri interventi più volte annunciati. È il caso del progetto relativo al vecchio stadio comunale, più volte richiamato dall'assessore ai Lavori Pubblici, Marco Di Marcantonio, ma del quale, almeno sul piano della comunicazione pubblica, si sono perse le tracce.
Resta da capire quale sia oggi lo stato amministrativo dell'intervento e quali siano i tempi previsti per la sua effettiva realizzazione.Così, tra cantieri senza fine, inaugurazioni annunciate e cronoprogrammi continuamente riscritti, cresce lo scetticismo di una parte della cittadinanza. E l'ironia diventa inevitabile, affidandosi alle parole di una celebre canzone di Ornella Vanoni: "Tu chiamale, se vuoi, tradizioni."