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L'incontro

Convegno all’Aquila “Il terremoto dell’anima”: Zuppi su guerra, memoria e ricostruzione

Il presidente della Cei: «Abbiamo ripudiato la guerra perché consapevoli che è una tragedia e ricominciamo a fare la guerra»

Convegno all’Aquila “Il terremoto dell’anima”: Zuppi su guerra, memoria e ricostruzione
di Redazione L'Aquila
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L'AQUILA. Un folto pubblico ha partecipato, questa mattina 28 marzo, all'Aquila al convegno "Il terremoto dell'anima" al quale hanno partecipato i cardinali Matteo Maria Zuppi, presidente della Cei, Giuseppe Petrocchi, arcivescovo emerito del capoluogo, l'assessore regionale, Roberto Santangelo,  e Maurizio Scelli della Protezione civile.

 Il convegno ha riunito all'Aquila voci ecclesiali, istituzionali e tecniche sul tema delle comunità ferite, con un confronto su trauma, comunicazione, educazione ed emergenze a quasi diciassette anni dal terremoto del 6 aprile 2009.  

«Abbiamo ripudiato la guerra perché consapevoli che è una tragedia e ricominciamo a fare la guerra - ha detto il cardinale Zuppi -. La madre di tutte le catastrofi che produce infinità di catastrofi, povertà, lutti e stragi. Se tu perdi la memoria sei condannato a ripetere. Continua a fare la guerra e senza avere uscite». Poi Zuppi ha fatto un parallelismo tra la guerra e la ricostruzione post terremoto: «La resilienza fortezza, forza, non rassegnarsi, ma anche sapere che le riparazioni hanno bisogno di tempo. Un tempo che però non è infinito, perché speranza e pazienza sono profondamente unite e la pazienza senza la speranza è pericolosa perché vuol dire binario morto».

Nel passaggio dedicato al sisma e alle comunità ferite, Zuppi ha insistito sulla riparazione come valore: «La riparazione rende di nuovo una bellezza che il terremoto rovina, come nell'arte giapponese del kintsugi. Quello che sembrerebbe definitivamente rovinato può tornare più bello e più prezioso di prima».

Il presidente della Cei ha commentato anche il fatto di cronaca di una professoressa accoltellata in provincia di Bergamo da uno studente di 13 anni.

«Mi ha colpito molto la lettera che ha scritto la professoressa Chiara Mocchi, ferita dal ragazzo di 13 anni: ecco, quello è proprio il modo in cui si ripara. Non abbiate paura a insegnare, io non vedo l'ora di tornare a insegnare. Voglio che questo non diventi un muro ma un ponte. Ecco questo per me è proprio il modo in cui si ripara».

Il cardinale, facendo anche riferimento al video dell'aggressione diffuso via Telegram, ha poi allargato il ragionamento al contesto in cui maturano episodi di questo tipo, segnato, a suo avviso, da relazioni indebolite e da una comunicazione sempre più dominata dall'immagine, aggiungendo che oggi si fa sempre più fatica a distinguere «tra il vero e il falso, tra la realtà e la finzione».