Jazz e sisma
L'Aquila, siglato il protocollo quinquennale per il Jazz italiano per le terre del sisma
di Redazione L'Aquila

Che cosa accade quando il tempo si assottiglia e la percezione dell’esistenza si affina, diventa più rarefatta, in bilico tra ciò che abbiamo scelto e ciò che poteva esserlo? Che cosa accade quando ripensiamo alla storia delle nostre scelte e ai rimpianti “per il poco fatto bene e per il troppo irrimediabile”? Ed è proprio in questo orizzonte di possibilità negate o non ancora realizzate che cade il raggio d’attenzione della piccola ma intensa raccolta poetica Anni in testacoda di Massimo Cecchini (Teramo 1961) edita da Fallone nel 2025.
Diciotto componimenti in cui si condensa il potenziale sospeso ai margini dell’esperienza, si riconciliano le strade interrotte o mai intraprese, riemerge come traccia quel residuo di futuro che continua a proiettare la propria ombra sul presente. La parola poetica diventa la specola che riflette ciò che è rimasto inespresso ma non per questo innocuo, quieto, sotto la cenere di ciò che si è consumato, riportando alla superficie la tensione tra memoria e aspettativa, tra realtà e immaginazione. E ancora tra rimpianto e pienezza.
La valenza filosofica della parola e la sua vocazione a interrogare il senso dell’esistenza portano l’io poetico a ripercorrere la propria vicenda con l’effetto di un testacoda: un rovesciamento prospettico, un movimento circolare in cui passato e presente si ricongiungono in un tentativo di ricomposizione identitaria che abbraccia ciò che è stato scelto e le “ipotesi mai calpestate”: “Invece è l’aria rarefatta / che cambia lo stato delle cose / l’ossigeno del sogno / divenuto lentamente fioco / che rallenta i pensieri. / Ora vedo prospettive nuove, / dall’alto tutto è simile e diverso.”
La poesia percorre le vie sotterranee della vita segreta, non necessariamente in modo consapevole. La parola è la sonda che coglie ed espande quei moti invisibili che governano gli equilibri tra desiderio e possibilità. La scrittura poetica è il nuovo linguaggio che si offre a uno sguardo rinnovato più disponibile al varco, più sensibile agli scarti di ciò che è visibile o perlomeno alle sue crepe o zone d’ombra.
Le poesie di Massimo Cecchini sono frutto non tanto di un bilancio esistenziale ripiegato sul rimpianto di ciò che poteva essere, ma di un recupero di ciò che dalle retrovie del passato riemerge ancora vivo con tutta la sua evidenza espressiva, come a dire che la parola ritorna su quelle “non scelte” che continuano ad essere universi alternativi nella memoria e nell’immaginazione e ad alimentare la fiamma della possibilità: “Ritrovo passi / che non mossero mai / per un altrove, / eppure in quelle impronte vuote / c’è una vita inventata / che ricordo.”
Incarnando il senso di un transito esistenziale, il poeta diventa un viandante in prossimità del capolinea, vale a dire la frontiera più potente che precede un disvelamento o la conferma di un nodo che non può essere sciolto. Osservando dal finestrino ciò che i binari di un treno intercettano, il poeta ripercorre le stazioni del proprio percorso e si sofferma sulle mappe emotive dei paesaggi interiori: la visuale che scorre veloce si sovrappone a ricordi e pensieri, trasformando il viaggio in una meditazione sul tempo, “fino alla coda degli ultimi vagoni”, e soprattutto su quei passi fermi o mancati che potevano portare ad altri luoghi. Tuttavia, è in questi spazi bianchi che l’immaginazione e la nostalgia entrano in dialogo. Un attraversamento silenzioso in cui risuonano le tracce del passato, le imperfezioni, le occasioni rimaste ai margini delle scelte, le “mille porte senza sapere fossero scale”, ma anche un futuro rubato che “somiglia” sempre di più a un io poetico che si affida alla “scia”.
Anche il respiro affettivo approda a una più piena maturità, trasformando lo slancio del desiderio in un sentimento più consapevole e aprendosi alla grande attesa con la disposizione dell’ascolto e di una silenziosa accoglienza.
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Cosa troviamo fuori copertina? Troviamo la forza metaforica di un attraversamento di pensiero tra le pieghe di una scrittura sorvegliata e incisiva, una attitudine alla sensibilità conoscitiva che si pone dentro la sua incertezza e – con essa – la sua bellezza, la postura interiore di un io lirico che sa trasforma il linguaggio poetico in una cassa di risonanza di vibrazioni segrete.
Valeria Di Felice (Nereto 1984) fonda nel 2010 la Di Felice Edizioni. Ha pubblicato diverse raccolte poetiche tradotte in spagnolo, arabo, romeno e nederlandese e ha curato diversi volumi sulla poesia.
Nel 2018 ha tradotto il libro di racconti della scrittrice marocchina Fatiha Morchid, L’amore non è abbastanza. Nel 2023, per la prima volta in Italia ha tradotto e curato le poesie della contessa Anna De Brémont, Sonetti e poesie d’amore.
È ideatrice e curatrice della rubrica fuori copertina per Abruzzodaily.