Abruzzo Daily

Logo
Logo
La rubrica

Fuori Copertina: Stefano Redaelli

In Beati gli inquieti troviamo il dono dell’inatteso e la forza rivelatrice della “letteratura sotterranea” - Il video commento

Fuori Copertina: Stefano Redaelli
di Valeria Di Felice
5 MINUTI DI LETTURA

La genialità può soccorrere la medicina clinica nel ricordare che una persona non coincide con la sua diagnosi? Può aiutare a interrogarsi sulla complessità della realtà e sullo stigma della fragilità? La medicina clinica, a sua volta, può soccorrere la finzione narrativa – l’invenzione – nel ricordare che dietro ogni opera può nascondersi e forse trasformarsi la sofferenza di chi vive un disturbo mentale?

L’incontro tra le due prospettive – quella clinica e quella umana – è il punto più fecondo in Beati gli inquieti, pubblicato da NEO nel 2021, di Stefano Redaelli (Lanciano 1970): la clinica si prende cura della sofferenza psichica, mentre la letteratura, con la sua interpretazione e la sua capacità di porre delle domande, invita a riflettere sul significato della stessa sofferenza, evitando che la diagnosi annulli l'identità della persona.

Il romanzo parte da alcune intuizioni foucaultiane: dare voce ai folli è un atto di restituzione alla dignità che mette in discussione il confine permeabile tra sanità e pazzia, ma non per negare banalmente la realtà di un disagio psichico, ma per arricchirne l’esperienza con la sottrazione dello stereotipo. La parola del folle, a lungo screditata o ridotta al mutismo, riemerge nella trama metanarrativa come parte della storia dell'esperienza umana.

Con la scusa – o sarebbe meglio dire la convinzione – di un autoricovero a fini letterari in un centro di riabilitazione psichiatrica, il protagonista, Angelantonio Poloni, si avvicina alla voce dei folli scrivendo un “diario al presente”: “Tutto deve essere registrato, ogni cosa, pensiero, voce. Passare i moti dell’anima al vaglio della parola, diceva Sant’Ignazio (…) Scrivo al presente perché è il tempo degli schizofrenici, una specie di collante per riattaccare pezzi di vita sospesi nell’aria, senza direzione, senza passato, senza futuro. Scrivo cose che non sono mai uscite da queste mura. Cose nascoste. Cose inaudite.”

Angelantonio, semplicemente Antonio, è un ricercatore universitario che appare inizialmente sulla scena narrativa come uno studioso della follia che, per meglio fare ricerca, decide di instaurare un patto di fiducia e prudenza con i “coinquilini” della clinica La casa delle farfalle, fingendo di essere un ospite in cura per un soggiorno breve.

Antonio, attraverso la sua attività di scrittore e un laboratorio di biblioterapia, entra in contatto con i “folli” che abitano le pagine di questa sorta di rappresentazione teatrale conservando ciascuno il proprio modo di guardare il mondo: Cecilia, una poetessa sensibile che vive nella confusione identitaria; Marta, una donna delicata, legata al mondo dei fiori e della bellezza; Angelo, un artista incompreso che ritiene di aver scoperto cure miracolose; Carlo, un lavoratore della terra che fa della saggezza il suo tratto più rivoluzionario; Simone, un intellettuale che cerca ossessivamente rifugio nei libri.

La follia richiama l'immagine del deserto, non tanto perché sia un luogo vuoto, ma perché spesso è vissuta come un’esperienza di disorientamento e abbandono: chi ne soffre rischia di essere escluso, frainteso o lasciato ai margini della società, perdendo i punti di riferimento. Tuttavia, è in questo stato concentrato di assoluto psichico che lo spazio – non più luogo – accoglie i semi della ricerca, rivelando una diversa percezione del mondo, lontana dalle logiche ordinarie, e una attenzione a forme invisibili di esistenza che sfuggono a uno sguardo superficiale e a un dialogo con quell’alterità che ha del prodigioso: “I folli parlano con Dio, con gli animali, con gli angeli. Sono provati, ricevono continui imperativi, leggi da rispettare.” Ed ecco che La casa delle farfalle diventa una sorta di grande “incubatrice”, vale a dire un tempio in cui i pazzi dormono “per avere i responsi del dio”. Anticamente gli incubi erano “geni, custodi di tesori nascosti nelle viscere della terra”. 

Facendo tesoro del messaggio di Stanislaw Lem, scrittore e medico polacco, sono i geni della “prima classe”, quelli non riconosciuti né in vita né dopo la morte, a serbare “vere e proprie rivoluzioni disattese” tra deliri indecifrabili e intuizioni esilaranti. In questo interregno di indicibilità, tutte le storie, anche quelle di sofferenza, se nutrite con la forza della cura e dell’ascolto, attecchiscono anche nel deserto, in quella terra nullius della società che spesso corrisponde all’incapacità di essere attraversata con empatia, trasformando la fragilità in una fonte di umanità dalla quale rigenerare il senso di una visione nuova, ripensare un territorio umano abitato dalla comprensione.

Il romanzo sembra suggerire una idea di “normalità” relativizzata e resa speculare all’osservazione delle contraddizioni sociali: anche nel dialogo tra Antonio e la dottoressa della clinica emerge il valore della creatività come fondamento di una riflessione critica sull’uomo, sulla fallibilità della concezione della pazzia come categoria immutabile, e non come frutto di costruzioni storiche e culturali, sull’insufficienza dell’approccio esclusivamente diagnostico nell’interpretare l’unicità della persona.

E la beatitudine? Che cosa c’entra la beatitudine con la follia e l’inquietudine? “Io dico che c’è del cristianesimo nella follia”: se ci accostiamo all’inquietudine dei pazzi intesa non come condanna, ma come la rivelazione della parte più autentica dell’uomo, possiamo scoprire in essa una diversa forma di beatitudine, quella di chi, proprio nella vulnerabilità, rimane aperto alla relazione, alla compassione e alla ricerca di senso. Le menti più inquiete – che vivono nell’iperstimolazione della sensibilità – sono spesso anche le più creative e visionarie, capaci di estendere lo sguardo sulle cose oltre le apparenze socialmente condivise.

Quindi, che cosa troviamo fuori copertina? Troviamo il dono dell’inatteso, troviamo la forza rivelatrice e trasformatrice della “letteratura sotterranea”, “che prelude a qualcosa di sovversivo”: è proprio questa idea di scrittura che scava nel segreto dell’altro ad affratellare la condizione umana nella sua possibilità di esprimersi e abbracciarsi nell’accoglienza l’uno dell’altro.

Valeria Di Felice (Nereto 1984) fonda nel 2010 la Di Felice Edizioni. Ha pubblicato diverse raccolte poetiche tradotte in spagnolo, arabo, romeno e nederlandese e ha curato diversi volumi sulla poesia.

Nel 2018 ha tradotto il libro di racconti della scrittrice marocchina Fatiha Morchid, L’amore non è abbastanza. Nel 2023, per la prima volta in Italia ha tradotto e curato le poesie della contessa Anna De Brémont, Sonetti e poesie d’amore. È ideatrice del progetto “Parole che rodono” per la Di Felice Edizioni.

È ideatrice e curatrice della rubrica Fuori copertina per Abruzzodaily.