L'intervento
Teramo, forte odore di gas: strada chiusa al traffico - Video
di Giancarlo Falconi

TERAMO. C’è una storia che merita di essere raccontata. Non parla di grandi opere o di proclami istituzionali, ma di bambini, ragazzi e famiglie che rischiano di perdere l’unico spazio dove lo sport è ancora educazione, inclusione e crescita. A breve inizieranno i sondaggi nell’area del vecchio stadio comunale. Un passaggio tecnico, si dirà. Ma dietro a quella decisione c’è una realtà che sembra essere stata completamente ignorata.
Su quel campo, oggi, si allenano tre società di rugby. Non hanno alternative. In tutto il territorio è l’unico campo omologato — e omologabile — per questo sport. I nuovi campi in sintetico, già assegnati a società di calcio, non possono essere utilizzati dal rugby per ragioni di sicurezza.
E così accade qualcosa di paradossale: ci si preoccupa di salvaguardare i mattoni della vecchia curva, ma nessuno sembra preoccuparsi delle persone che quel campo lo vivono davvero. Circa un centinaio di bambini, ragazzi e ragazze.
Il rugby, come molti sanno, è uno sport profondamente inclusivo. In quelle squadre giocano anche ragazzi con fragilità e difficoltà, che proprio grazie a questo sport hanno trovato un luogo dove sentirsi accolti, migliorare la propria autostima e costruire relazioni. Che fine faranno?
Ci sono poi le ragazze del rugby, che già affrontano mille ostacoli: tornei lontani, squadre poche e spostamenti continui. Eppure resistono, con passione e determinazione. Che fine faranno?
E poi ci sono i bambini che in altri sport sono stati scartati, esclusi, messi da parte. Nel rugby hanno trovato uno spazio di crescita, una seconda possibilità. Che fine faranno anche loro?
A parlare è un genitore, con il cuore aperto. Un genitore che in queste società aveva trovato una vera scuola di vita per suo figlio, che proprio grazie a quel campo aveva superato insicurezze e difficoltà emotive.
Le risposte dell’amministrazione? Quelle di sempre: spallucce, promesse vaghe, “vedremo”, “ci penseremo”, “non vi preoccupate”. Intanto il tempo passa. E l’unica certezza che resta è il silenzio.
Perché mentre si discute dei mattoni della curva, nessuno sembra occuparsi dei ragazzi che quel campo lo riempiono ogni giorno.
E allora la domanda resta sospesa, semplice e scomoda: chi interviene prima che sia troppo tardi?