La decisione
Acqua, stop per lavori all’acquedotto: ufficiali le chiusure di scuole, mercati, musei e impianti sportivi
di Paolo Renzetti

PESCARA. Il viaggio intrapreso da tre giovani rifugiati ha radici molto lontane: iniziato dall'Afghanistan quando erano poco più che bambini, dopo aver attraversato confini e pericoli, la loro speranza di stabilità si scontra, oggi, con un paradosso burocratico tra la questura di Pescara e i servizi sociali di Pordenone. Identificati originariamente in Friuli, sono stati trasferiti in comunità a Montesilvano, dove ricevono un primo supporto. Tuttavia, al compimento dei diciotto anni, il sistema di protezione appare interrompersi bruscamente.
Il sindacato Usb di Montesilvano ha presentato una formale diffida alla prefettura di Pescara, sottolineando come “questi ragazzi siano innanzitutto soggetti di diritto. La normativa vigente tutela il diritto alla salute e la continuità educativa, ma la realtà dei fatti vede un continuo rimpallo di competenze. Una volta maggiorenni, il ritorno nel territorio pordenonese si trasforma in un vicolo cieco: la prefettura locale nega l'assistenza in virtù del permesso di soggiorno rilasciato in Abruzzo.”
Questa discrepanza crea una gerarchia invisibile nell'accoglienza, in cu i flussi via terra sembrano godere di minori tutele rispetto ai migranti giunti via mare. Senza una residenza o un indirizzo certo, il rischio concreto è la perdita della protezione internazionale. Nonostante l'impegno delle associazioni locali nel promuovere corsi di lingua e attività di socializzazione, l'assenza di una soluzione abitativa e amministrativa rischia di abbandonare questi giovani alla strada, vanificando i percorsi di integrazione avviati con fatica.