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L'analisi

L'Aquila, aree interne della Provincia dell’Aquila: tra migrazione e crisi demografica

Marrelli della Cgil: «Il saldo migratorio con l’estero consente di ridurre il grave deficit dovuto allo spopolamento del nostro territorio, determinando un sostanziale equilibrio, e rallentando, almeno per adesso, la crisi demografica che da anni colpisce il nostro territorio»

L'Aquila, aree interne della Provincia dell’Aquila: tra migrazione e crisi demografica
di Redazione L'Aquila
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L'AQUILA. «Com’è noto, il territorio della Provincia dell’Aquila è caratterizzato da comuni di piccole dimensioni: il 53,7% ha meno di mille abitanti e il 27,7% meno di 500. Solo il 6,4% dei comuni ha più di 5mila residenti. Inoltre, 16 comuni su 108, cioè circa il 15%, hanno una natalità pari a zero. In questo contesto, la popolazione residente mantiene i medesimi numeri dell’anno 2024; anzi, in verità, si riscontra una misurata crescita che, dopo anni, ci consegna, quantomeno, un dato di mantenimento nel rapporto tra la popolazione residente nell’anno 2025 e quella residente nell’anno precedente».

Lo afferma il segretario della Provincia dell'Aquila della Cgil, Francesco Marrelli che aggiunge: «Ciò è dovuto al fatto che la popolazione residente in Provincia dell’Aquila è composta, per una parte, che è in costante crescita, da migranti. In questo modo l’effetto del progressivo ed inesorabile spopolamento delle nostre aree interne viene mitigato, con l’effetto di una, seppure lieve, inversione di tendenza per un destino che sembrava già segnato. Più specificamente, dall’analisi dei dati Istat, risulta che, al 31 dicembre 2025, rispetto all’anno precedente, il nostro territorio vanta un incremento, seppure minimo, di 59 persone residenti. Tale incremento è dovuto unicamente al saldo migratorio con l’estero e cioè dal numero delle iscrizioni per trasferimento dall’estero verso la nostra Provincia, di 2.101 residenti, dato, questo, che risulta, quindi, positivo per l’intero anno 2025, e in linea con il dato dell’anno 2024. Questa tendenza si va consolidando nel tempo. Al contrario, il saldo naturale e cioè la differenza tra il numero di iscritti/e per nascita e il numero di cancellati/e per decesso dai registri anagrafici, per il 2025, risulta negativo per 1.939 cittadine e cittadini, come il saldo migratorio interno, corrispondente al numero dei trasferimenti di residenza presso altri comuni, per 103 residenti. Quindi, il saldo migratorio con l’estero consente di ridurre il grave deficit dovuto allo spopolamento del nostro territorio, determinando un sostanziale equilibrio, e rallentando, almeno per adesso, la crisi demografica che da anni colpisce la nostra Provincia».

Per Marrelli i dati «dimostrano che le migranti e i migranti sono un antidoto contro lo spopolamento. Infatti, senza la loro presenza, la popolazione nei piccoli centri sarebbe diminuita e continuerebbe a diminuire in modo significativo, con conseguenze assai più gravi in termini di mantenimento dei servizi essenziali per tutta la collettività».

I migranti dove risiedono

Per Marrelli la popolazione migrante si concentra ovviamente nei centri adiacenti ai luoghi di lavoro dove, tra l’altro, c’è una maggiore facilità di accesso ai servizi essenziali e all’abitazione e, quindi, maggiori possibilità, per chi può, di attivare il diritto al ricongiungimento con la famiglia. Infatti, i comuni a maggiore densità di popolazione migrante sono quelli limitrofi al Fucino e all’Aquilano, dove l’attività agricola, l’edilizia ed il terziario assorbono una fetta importante di manodopera straniera. Invero, la fascia di età 18-35 anni rappresenta il 17,74% della popolazione residente, composta per il 15,72% da migranti. La percentuale cambia se consideriamo un’altra fascia di età, quella relativa a 65/80 anni, che rappresenta il 20,12% della popolazione residente, composta solo per il 2,76% da migranti. Si tratta, quindi, di persone giovani che arrivano nel nostro territorio per lavorare, spesso in fuga da guerre, persecuzioni e povertà estrema.

«Tutti e tutte apparteniamo a questo territorio e siamo chiamati ad abitarlo con senso di responsabilità solidaristica, superando divisioni e disuguaglianze che lo impoveriscono e ci rendono più deboli e fragili».