La rubrica
Fuori copertina, poeti e scrittori abruzzesi: Marco Tornar
di Valeria Di Felice

Romanzo d’esordio di Baldissera Di Mauro (originario di Tollo) edito da Elliot nel 2026, si configura come una immersione nel delicato campo della disabilità intesa come luogo d’elezione nel quale ogni individuo può misurare la possibilità di autodeterminarsi. Il protagonista Ugo incarna lo sguardo complesso, lucido e acuto di un “malnato” con i segni tangibili di una mostruosità che “detta le condizioni al futuro” e – nel suo mettersi a nudo di fronte al costante rischio di soccombere dalla malasorte – prende coscienza della sua grande capacità intellettiva e spirituale.
Ugo, “ridicolmente brutto”, ha un difetto che nel tempo trasforma in un segno distintivo: ha la testa piegata, il collo che pende verso sinistra e il mento inclinato verso destra.
Felice, il padre di Ugo, è un talentuoso sarto dei Bassi di Napoli assunto in una sartoria clandestina della camorra il quale, per proteggere il figlio dalla valanga inevitabile dei “soprannomi carogna” dei futuri compagni di scuola, decide di trasferirsi a M., un borgo vicino Perugia. Qui Ugo inizia la sua avventura: attraverso l’incontro con i suoi compagni, con i professori, con gli altri scopre sé stesso sperimentando le più disparate manifestazioni emotive, dalla diabolicità alla solidarietà, dalla perfidia al buon cuore, conoscendo a fondo l’ambiguità di quelle forze irriducibili dentro ciascun essere umano: il male e il bene.
Ugo, che sin da piccolo fa i conti con la deformità, ha chiara l’immagine di sé stesso e questo autoriconoscimento senza retorica lo porta a vivere immergendosi pienamente nei giorni: egli non fugge dalle difficoltà con la superficialità del compatimento né si ripiega nel vittimismo, ma fa presa proprio sulle sue ferite, sui suoi limiti per coltivare la fede nell’onore, per amarsi nell’integrità, per reagire alla condanna della forma. Cavalca i suoi dubbi, i suoi conflitti interiori, le sue cadute e risalite. Ugo è la storia di una visione, di un disallineamento alla prospettiva della manchevolezza. Ugo diventa la guida di sé stesso, riuscendo a costruire – tra tante difficoltà – un proprio modo di stare al mondo.
E l’intelligenza, unita alla generosità, diventa la leva su cui far presa per non rimanere folgorato dal cortocircuito con la bruttezza. Sarà il professor Mario Di Iorio, settantacinquenne, a metterlo in guardia dal rischio di restare sopraffatti dalla rinuncia alla vita e soprattutto alla relazione con gli altri, isolandosi nel proprio dolore: “Affinché il mio spirito potesse agire dovevo dimenticare me stesso, il mio corpo storpio e la mia indeterminatezza d’animo e incontrare gli altri… diventando un dispensatore di gioia dimentico del corpo e dell’anima.”
Ed è proprio partendo dall’idea del saio francescano che Ugo immagina un progetto imprenditoriale di moda e sartoria nel quale trovare la possibilità di realizzarsi nella propria postura umana: il richiamo all’arte di Burri, con quella tenacia nel difendere il proprio seme di verità, diventa la chiave d’accesso a una spiritualità che sancisce la speranza di una rinascita, a una dimensione in cui la ferita della materia si rimargina alla luce di una nuova semantica.
In un contesto dove i rischi commisurati all’apparenza, all’efficienza, alla perfezione sono dietro l’angolo, Ugo parte dalla sua deformità per ripensarsi altra forma, per attrarre a sé una nuova modalità di autodeterminazione profonda, come fosse un atto di resistenza e di affermazione.
All’esito conciliatorio del romanzo concorrono la solitudine, che ne rappresenta una conquista e un motore formativo necessario, e il pensiero creativo che si allena – sotto la spinta dell’urgenza di vivere – a immaginare l’alternativa: immaginare l’alternativa significa anche capovolgere la sorte, coltivare la diversità, ironizzare sulla condizione.
Cosa troviamo fuori copertina? Troviamo l’appello a una intelligenza connessa al senso umano, il disincanto della realtà con la sublimazione delle ferite ancora aperte, la forza espansiva della voglia di vivere. Troviamo il peso specifico delle scelte individuali, dell’autodeterminazione, del sacrificio vissuto all’insegna di un’idea, di un progetto che permette di divenire e di non subire lo scacco dell’esistenza.
Valeria Di Felice (Nereto 1984) fonda nel 2010 la Di Felice Edizioni. Ha pubblicato diverse raccolte poetiche tradotte in spagnolo, arabo, romeno e nederlandese e ha curato diversi volumi sulla poesia.
Nel 2018 ha tradotto il libro di racconti della scrittrice marocchina Fatiha Morchid, L’amore non è abbastanza. Nel 2023, per la prima volta in Italia ha tradotto e curato le poesie della contessa Anna De Brémont, Sonetti e poesie d’amore.
È ideatrice e curatrice della rubrica fuori copertina per Abruzzodaily.