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di Redazione cronaca

CRONACA. «In questi trent’anni sono cambiate tantissime cose per la Doc Controguerra. Le esigenze del mercato internazionale, specie americano che domandava un taglio bordolese, chiedevano di affiancare i vitigni autoctoni a quelli internazionali per la lavorazione dei blend. Oggi la valorizzazione del territorio e dei vitigni autoctoni è un tema dominante ed è cambiato anche il ruolo giocato dal produttore».
Così ad Abruzzo Daily il tecnico Fabrizio Di Bonaventura, docente della Fondazione Italiana Sommelier Abruzzo che, nei giorni scorsi a Cagliari, ha tenuto un’affollata masterclass organizzata dalla Fis, Fondazione Italiana Sommelier Sardegna, affiancato da due specialisti sardi: il presidente regionale Giulio Pani e il docente Andrea Cherchi.
L'Abruzzo si sta facendo notare rispetto al passato e, in generale, i produttori abruzzesi riescono a imporsi maggiormente nel mercato?
«Credo che abbiano acquisito capacità di fare rete attraverso le denominazioni, i consorzi e quant'altro permetta una connessione con la parte pubblica. Molto spesso attraverso queste forme di relazione c'è la possibilità di essere proiettati su mercati sia nazionali che internazionali, specialmente in questo periodo storico con l'avvento di Trump, l'introduzione dei dazi e i controlli al volante, certamente corretti ma che incidono».
Un periodo storico in cui il consumo di vini si è quindi ridotto, rispetto a prima, e costringe a dedicarsi con maggiore cura non solo alla produzione ma anche alle strategie di marketing. C'è un mercato più favorito per la Doc Controguerra?
«Credo che si deve lavorare tantissimo sul territorio: la sua identità è fondamentale. È un aspetto assai rilevante essere riconosciuti dalla propria popolazione, da coloro che sono amanti e magari anche esperti di vino. Questo approccio, dopo, proietta verso confini diversi. Anche in questo caso è prioritaria la cultura del vino e tutti coloro che lavorano alla formazione».
Che altro?
«Continuano ad avere un ruolo pure le guide, anche se forse in maniera diversa rispetto a prima, e le iniziative come quella organizzata in Sardegna. Sicuramente sul territorio c'è molta attenzione perché la tradizione è importante. Ma la produzione del vino è osservata anche rispetto all'ambiente: le istituzioni, le leggi attualmente in vigore e i disciplinari guardano soprattutto a questo. Infine, se il mondo vitivinicolo fino ad oggi ha lavorato bene in prospettiva, adesso c'è un problema di tensioni anche a livello internazionale».
Occorre confrontarsi in maniera molto seria.
«Esatto, bisogna confrontarsi e trovare delle soluzioni che possano essere risolutive per chi lavora perché è un mondo molto sacrificato. Il viticoltore è impegnato in vigna dall'inizio della stagione e le avversità atmosferiche possono anche pregiudicare il raccolto».
Un aiuto: la notizia che l'Abruzzo è considerato la nuova destinazione del turismo di lusso per le vacanze 2026...
«L’Abruzzo è appetibile anche dal punto di vista ambientale. Sì abbiamo il mare, che permette di avere un turismo stagionale e valido. Ma un turismo destagionalizzato consente di andare un po' più verso le parti interne, di conoscere le colline, i borghi, la gastronomia, le tradizioni, la cultura del posto e ovviamente di fare visite in cantina accanto a escursioni a piedi o in mountain bike in montagna. Non dimentichiamoci che il Gran Sasso viene considerato il polmone verde dell'Italia. Insomma, l'Abruzzo è una meta molto ambita e, a parte il turismo marittimo, la richiesta punta su approfondimenti su tradizioni, storia e cultura del territorio. Si può fare un lavoro veramente specifico e importante che riesce a catalizzare il turista selettivo».
I prossimi 30 anni della Doc: in quale direzione si va?
«La direzione secondo me è un approccio sempre più qualitativo e legato alle eccellenze, in grado di valorizzare territorio e ambiente, la cultura del vino e le tradizioni del posto. Quindi il vino va di pari passo con l'atteggiamento del produttore e con le gambe che ha sul territorio, perché la bottiglia non è solamente il contenuto che c'è dentro, ma anche produttore, vitigno e territorio. Quindi il vino consegna un grande messaggio, è un grande contenuto turistico che va fuori dai confini».
Sette le referenze in degustazione nell’iniziativa sarda intitolata "Controguerra DOC: l’eccellenza d’Abruzzo nel calice". Sul banco i Pecorino in purezza delle azienda Monti (Controguerra), Montori (Controguerra) e Strappelli (Torano Nuovo). Poi Passerina in purezza per l’azienda agricola Cordoni (Ancarano), quindi un 100 per cento Montepulciano della Cantina Colonnella (Colonnella), e un’etichetta che unisce Montepulciano e Cabernet Sauvignon di produzione Illuminati (Controguerra). Ma c’è stato spazio anche per lo Chardonnay firmato Tenuta Torretta (Controguerra).
Soddisfatto il presidente di Fis Sardegna Giulio Pani: «L'Abruzzo è una bella sorpresa per tutti noi. Scoprire questa regione porta sempre qualche novità, specialmente davanti a una Doc che ha cominciato i suoi primi 30 anni. Ma soprattutto l’Abruzzo è una conferma: ogni sei mesi stiamo scoprendolo nelle diverse espressioni».
Secondo il docente sommelier Andrea Cherchi: «L'Abruzzo somiglia molto alla nostra terra sarda e così i vini, dai bianchi ai rosati ai rossi. Probabilmente è questo il filo conduttore che ci lega con questa meravigliosa regione che è l'Abruzzo».