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L'intervista

Referendum sulla giustizia, le ragioni del Sì con il sostituto procuratore Gennaro Varone

«I Costituenti guardavano al magistrato come dovrebbe essere. La riforma guarda al magistrato come ha dimostrato di essere»

Gennaro Varone
Gennaro Varone
di Redazione Teramo
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Nelle giornate del 22 e 23 marzo l’Italia sarà chiamata a votare il referendum per confermare o meno la legge di riforma costituzionale sulla giustizia. Il quesito che gli elettori si troveranno davanti è questo: «Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025?».

Che significa nel dettaglio? I cittadini dovranno esprimersi su temi come la separazione delle carriere tra magistrati requirenti e giudicanti, quindi tra giudici e pm, tra chi arbitra e chi accusa; la consequenziale creazione di due Consigli Superiori della Magistratura (Csm), uno per i giudici e uno per i pm, e il sorteggio dei componenti; le modalità di valutazione dei magistrati da sottrarre al Csm e affidare a un'Alta Corte.

Nell'intervista di oggi approfondiamo i contenuti e le ragioni del Sì con il sostituto procuratore Gennaro Varone

Dottor Varone, partiamo da uno dei temi più dibattuto: quello della separazione delle carriere tra giudici e pm. Cosa prevede oggi la normativa e perché votare Sì alla riforma?

«Partiamo dal presupposto che invitare a votare No è più semplice, perché significa mantenere lo status quo, mentre chi invita a votare Sì promette un cambiamento e questo richiede chiaramente una maggiore consapevolezza in chi sceglie di votare Sì. La normativa attuale prevede la distinzione delle funzioni: chi fa il pm sostiene l'accusa ma non ha poteri sulla libertà dell'individuo, né può condannare. Può solo presentare delle richieste al giudice. Mentre il giudice ha potere giurisdizionale, dovrà quindi dirimere la contesa tra accusa e difesa, è l'arbitro. La carriera però è unica: giudici e pm sono arruolati con lo stesso concorso, con la stessa formazione culturale, fanno parte dello stesso Csm in cui siedono giudici e pm che si occupano delle loro promozioni, dei trasferimenti e, in questa disciplina costituzionale vigente, anche delle questioni disciplinari. La separazione delle carriere vuole evitare che giudici e pm maturino la stessa mentalità sul processo penale. C'è il pericolo che, per via di una formazione comune, il giudice acquisisca la mentalità del pm, che si insinui nel giudice un pregiudizio di colpevolezza che è quanto di più distante dal nostro sistema costituzionale, che prevede invece la presunzione di non colpevolezza fino alla sentenza definitiva. Poi giudici e pm oggi siedono nello stesso sindacato, hanno interlocuzioni private fuori dalle udienze che sono sicuramente legittime e nessuno può impedire, ma in cui si discute di come orientare i propri voti nei consigli giudiziari e nel Csm. E qui possono maturare e di fatto maturano accordi, scambi, debiti e crediti elettorali di convenienza, come dimostra il caso Palamara: voto il tuo candidato al posto di quell'altro ma tu voti il mio al posto di quell'altro ancora. L'unicità della carriera crea una comunione di intenti e una serie di poco confessabili accordi retrostanti che rischiano di pregiudicare la trasparenza della decisione giurisdizionale».

Va da sé quindi la previsione a questo punto di due distinti Consigli Superiori, di due Csm.

«Certo, è chiaro che se le carriere devono essere separate ci devono essere due Csm, uno solo per i giudici e uno per i pubblici ministeri. Altrimenti il tema delle possibili interlocuzioni si ripropone. Per capire il senso di questa riforma dobbiamo metterci nella condizione dell'imputato innocente, che può capitare a chiunque. Anche chi vota No vorrebbe un giudice distante dal pm tanto quanto lo è da noi. Un giudice che non abbia la sua stessa mentalità, che il pomeriggio non vada a discutere con lui di questioni sindacali, che non maturi debiti e crediti elettorali con lui. Questa distinzione garantisce la credibilità e correttezza della decisione ed è la pietra d'angolo della giurisdizione privata. Se non ci sono due Csm non c'è la separazione delle carriere».

Ed è sul caposaldo della correttezza che sviscerate anche il tema del sorteggio per i componenti, un'altra delle questioni ampiamente dibattute.

«Allora, pensi che noi siamo una delle poche categorie che può scegliersi il commissario che deve valutare il candidato. Noi abbiamo sette valutazioni di professionalità durante la carriera, ma sono tutte e sette finte, nel senso che nessuno viene mai valutato meno che eccellente, tanto che il 99,9 percento periodico sono tutte positive. Questo però non va in pari con la circostanza che abbiamo, per quanto ci è noto, dal 2018 a oggi ben 6485 casi di riparazione per ingiusta detenzione. È come dire che due persone innocenti vengono arrestate ogni giorno. Allora non siamo tutti così eccellenti. Guardi, è come se il commissario di una commissione di concorso sia stato eletto dal candidato. Quando io mi trovo di fronte un candidato che mi ha eletto e uno sconosciuto, secondo lei potrò essere imparziale? Aggiungo una cosa ancora più forte: i nostri costituenti, quando hanno pensato al Csm, hanno dibattuto il tema del sorteggio e si sono posti il problema che così la magistratura potesse diventare una casta. Basta leggere i lavori preparatori della Costituzione. Lo esclusero perché hanno pensato al magistrato come dovrebbe essere, cioè uno statista di alto profilo, e all'elezione che avrebbe dovuto scegliere i più autorevoli. La riforma invece guarda al magistrato come ha dimostrato di essere. È il caso di Palamara: le chat di Palamara e gli inconfessabili accordi lo dimostrano chiaramente. Ecco, il sorteggio vuole spezzare il potere delle correnti, dei comitati elettorali che eleggono e tutelano i propri iscritti al di là del merito». 

Motivo per cui si intende svincolare la valutazione disciplinare dal Csm per affidarla a un'Alta Corte? Si prevede un impatto anche sugli errori giudiziari di cui parla?

«Sì. Il tema degli errori giudiziari riguarda sia la questione dell'Alta Corte che, in generale, le valutazioni di professionalità del magistrato, perché se lui sapesse che le valutazioni sono qualcosa di serio, sarebbe più portato a essere professionale. La responsabilità induce alla professionalità. Se io so che qualunque cosa faccio non risponderò mai, perché devo essere meditato? perché non essere avventato? perché devo dedicare interesse, tempo? posso essere superficiale, non mi succede mai niente. Quindi innanzitutto, come dicevo prima, il sorteggio garantirà più che un'elezione, una selezione trasparente delle professionalità. Poi appunto c'è l'Alta Corte e quella responsabilità disciplinare che la riforma intende separare dalla competenza dei due Csm, per allontanare quanto più possibile il giudice disciplinare da interessi comunitari e territoriali che possono coinvolgere gli eventuali incolpati. Tanto che i nove magistrati, che con i sei laici comporranno l'Alta Corte, saranno scelti non tra magistrati di merito ma di legittimità: quindi sei magistrati che hanno svolto funzioni di Cassazione e tre che hanno svolto funzioni presso la procura generale presso la Corte di Cassazione. Questo garantirà trasparenza nelle decisioni dell'Alta Corte, influendo anche sulla professionalità. Magistrato responsabile uguale magistrato professionale. Il magistrato professionale ha titolo per reclamare la propria indipendenza, che non è più un privilegio per sé stesso ma diventa un valore per la comunità». 

Dico a lei una frase ripetuta spesso da chi sostiene le ragioni del No, e farò viceversa con il prossimo interlocutore che dovrà smentire una frase simbolo di chi sostiene le ragioni del Sì. Si sente dire spesso che la magistratura, in questo modo, sarà “assoggettata al potere esecutivo”. Perché non è vero?

«Chieda anche a loro perché invece è vero, vediamo cosa dicono. Allora, i due Csm mantengono la stessa proporzione tra magistrati e laici che c'è adesso, cioè 2/3 magistrati e 1/3 laici. Negli ordinamenti dove il pm è soggetto al potere esecutivo, accade che sia il ministro della giustizia a occuparsi della carriera del magistrato. Nella nostra Costituzione e anche nella riforma, della carriera dei magistrati continuerà a occuparsi il Csm, quindi con esclusione costituzionale della competenza del ministro. Questo esclude radicalmente che ci possa essere un'interferenza della politica sulla magistratura, o comunque non più di quanto ci sia adesso, perché anche adesso la politica compone per 1/3 il Csm ma nessuno dice che la magistratura è assoggettata alla politica. Anzi oggi con più forza la politica riesce a condizionare forse l'azione della magistratura, per via di quella osmosi che esiste con le correnti, che poi ripropongono nei vari schieramenti l'arco parlamentare. Quello che cambierà è che non ci saranno più poteri nelle correnti, quindi i magistrati che andranno al Csm saranno liberi dalle appartenenze e potranno applicare la legge e valutare il merito e non l'appartenenza dei sottoposti alle loro decisioni». 

Chiudiamo con un brevissimo sunto, cosa direbbe a una persona per convincerla a votare Sì? 

«Direi che deve votare sì perché essere imputati ingiustamente in un processo penale è una disavventura che può capitare a chiunque, a noi o a un nostro caro. Votare sì aumenta le garanzie per l'imputato innocente ed evita l'errore giudiziario. Allo stesso tempo, la maggiore professionalità che il sorteggio imporrà ai magistrati, farà di loro funzionari che potranno sbagliare meno di quanto non facciano oggi».