Turismo
L'Abruzzo dei borghi vola nell'estate 2026: crescono presenze e permanenza media
di Luca Di Renzo

TERAMO. Le sirene delle ambulanze sulla spiaggia, ragazzi di sedici e diciassette anni incapaci di reggersi in piedi, altri trasportati in ospedale dopo aver perso completamente il controllo. È questa una delle immagini più dure lasciate dalle notti di Ferragosto sulla costa teramana. Ma quando la musica finisce e restano soltanto i soccorritori sulla sabbia, la domanda diventa inevitabile: dove sono gli adulti? Dove sono i genitori?
Il primo intervento arriva da chi racconta di essere stato in servizio in un lido della provincia di Teramo. Una testimonianza durissima, affidata ai social.
«Stanotte ero di servizio in un lido della provincia di Teramo. Alcol a fiumi e polvere bianca a quintali. Dai ragazzini e ragazzine di 16-17 anni a quelli di 20-30. Spiagge libere prese d'assalto mentre i genitori, parecchi, guardavano dal muretto mentre i loro figli si sfasciavano».
Parole forti, accompagnate da una critica diretta alle famiglie. «Leggo di qualcuno che si sente risentito quando dicono che la colpa è dei genitori. Ma di chi vuol essere sennò? Degli zii?».
Nel racconto compare anche un episodio preciso: «Alle 23.30 una ragazzina di 17 anni è stata soccorsa dalla Croce Rossa perché era completamente sfatta ubriaca. Alle 23.30. Manco era iniziata la nottata».
Una denuncia senza filtri, anche nei toni, che fotografa lo sconcerto di chi sostiene di aver assistito direttamente a una notte di eccessi.
Il secondo intervento parte invece da una riflessione più ampia e sceglie un'altra strada. Non quella della condanna dei ragazzi, ma della responsabilità degli adulti. «Ai genitori. Dove siete?»
È questo l'interrogativo da cui prende le mosse il messaggio di un maestro di arti marziali, un educatore, D.C.
«Leggo di Roseto. Spiaggia trasformata in pronto soccorso a Ferragosto. Quasi venti ragazzi portati via in ambulanza per alcol e droga. Prima Alba Adriatica. Otto ragazzi in una notte, tre minorenni, in coma etilico. E poi leggo i commenti pesanti contro di loro. No. I nostri ragazzi non sono da buttare. Sono da recuperare».
Il nodo, secondo l'autore dell'intervento, è nella progressiva scomparsa delle regole. «Io fino a 18 anni avevo un orario da rispettare. Se tardavo, il giorno dopo non c'era nessuno che mi giustificava. C'era chi mi chiedeva conto. E quel rigore mi ha salvato la vita».
Poi l'affondo: «Oggi li vanno a riprendere in ospedale, in barella. E i genitori, se ci sono, accusano il locale, il sindaco, la società, il gestore, tutti tranne se stessi». Non una guerra generazionale, dunque, ma una critica al mondo degli adulti.
«La colpa non è dei giovani. È di una società allo sbando. Ed è colpa nostra, di noi adulti, che abbiamo tolto i "no". Abbiamo confuso l'amore con l'amicizia. Un genitore non deve essere amico del figlio. Deve essere genitore».
Una frase sintetizza l'intero ragionamento: «Senza argini, il fiume non diventa più libero. Esonda e distrugge se stesso». E ancora: «Un ragazzo che non ha mai sentito un "no" a 14 anni, non saprà dirsi "no" da solo a 16 davanti a una bottiglia o a una pasticca».
L'autore porta quindi l'esempio del proprio Dojo e del Karate-Do, dove prima della tecnica vengono responsabilità, disciplina e rispetto. «Prima di un pugno insegno che se sbagli è colpa tua, non del compagno. Che se arrivi in ritardo manchi di rispetto a venti persone che sono state puntuali. Che il saluto non è una formalità, è rispetto».
Due interventi profondamente differenti nello stile. Il primo è la rabbia di chi racconta ciò che avrebbe visto durante il servizio, il secondo prova a trasformare quella rabbia in una riflessione educativa. Entrambi, però, arrivano allo stesso punto: la presenza degli adulti.
Perché davanti a ragazzi di sedici o diciassette anni caricati su un'ambulanza dopo aver bevuto fino a perdere coscienza, attribuire ogni responsabilità soltanto alla discoteca, al lido, alla spiaggia o alla società rischia di diventare una scorciatoia.
Sicurezza, controlli e contrasto allo spaccio restano compiti indispensabili delle istituzioni. Ma esiste un confine che nessuna pattuglia, nessuna ambulanza e nessuna ordinanza potranno mai presidiare al posto di una famiglia: quello dell'educazione.
E allora forse la fotografia più inquietante non è quella delle bottiglie abbandonate sulla sabbia. È quella del mattino dopo. Le spiagge tornano vuote, le sirene si spengono e i ragazzi rientrano a casa. La domanda, invece, rimane lì: quanti “no” siamo ancora capaci di dire prima che a pronunciarli, troppo tardi, siano un medico, un soccorritore o una telefonata dall'ospedale?