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L'inchiesta

Il lavoro invisibile degli autisti soccorritori: tra vocazione e sfruttamento

Contratti da incubo, dove le ore del part time raddoppiano mentre il compenso resta a mille euro

Il lavoro invisibile degli autisti soccorritori: tra vocazione e sfruttamento
di Giancarlo Falconi
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TERAMO. «Non fate il mio nome. Ho ancora una famiglia da mantenere». È da questa richiesta, semplice e pesante, che parte il racconto di un autista soccorritore che ha scelto l’anonimato.

Una testimonianza che non ha il tono della denuncia costruita, ma quello di chi per anni ha taciuto, fino a non riuscirci più. La sua giornata — o meglio, la sua notte — finisce spesso alle otto del mattino. Rientro a casa in silenzio, un pasto consumato in piedi per non svegliare i figli, e poi il sonno.

Un rituale che si ripete da anni. «Sono uno che stringe i denti», racconta. Ma qualcosa, oggi, si è incrinato.

Come molti, aveva iniziato per spirito di servizio: non lasciare solo nessuno nei momenti peggiori. Nessuna ambizione, nessun calcolo. Solo la volontà di esserci. Poi la scelta di diventare dipendente, con l’idea di una stabilità economica e professionale.

L'orario

È qui che, racconta, «inizia l’incubo». Il nodo centrale è quello dei contratti. Formalmente part-time: 24, 30, 34 ore settimanali. Nella realtà, però, le ore lavorate possono raddoppiare, arrivando a 60, 70, fino a 90 ore settimanali.

Turni spezzati e ravvicinati — notte, mattina, pomeriggio — con pause di poche ore tra una fine e un nuovo inizio. Tempo insufficiente per recuperare, per vivere, per essere presenti in famiglia.

La paga

Il compenso, a fronte di questo carico, resta fermo intorno ai mille euro mensili. Senza straordinari riconosciuti, senza maggiorazioni per il lavoro notturno o festivo. «La busta paga non vede quello che facciamo», sintetizza.

Nel frattempo, le associazioni — sottolinea — mostrano bilanci solidi, in crescita. Mezzi nuovi, sedi ampliate, convenzioni attive. Ma, secondo questa testimonianza, a questa espansione non corrisponde un miglioramento delle condizioni di chi lavora sul campo.Il problema, sostiene, non è isolato ma sistemico. Riguarda realtà grandi e piccole, strutturate o meno. Cambiano le dimensioni, non il meccanismo.

L'attesa di un concorso

A tenere molti lavoratori in questo equilibrio precario è la prospettiva di un concorso pubblico nelle Asl. Un obiettivo che richiede, però, almeno cinque anni di esperienza continuativa nel ruolo. Cinque anni vissuti tra turni massacranti, retribuzioni basse e sacrifici personali. Una promessa che diventa, di fatto, un vincolo.

«Ti tengono in scacco», dice. Non c’è certezza che questa voce produca effetti concreti. Domani, probabilmente, il lavoro ricomincerà come sempre. Ma questa testimonianza rompe un silenzio diffuso e racconta una realtà che riguarda molti.

Una realtà che resta spesso invisibile, ma che sostiene ogni giorno una parte fondamentale del sistema di emergenza. E che oggi chiede, almeno, di essere ascoltata.