Lutto
Pescara, trovato morto in casa. I vicini: "Da giorni non rispondeva al telefono"
di Luca Di Renzo

PESCARA. Nicola Pomponi, universalmente conosciuto come Setak, dalla vita ha avuto molto. Il dono dell’arte, di saper comporre, scrivere e interpretare le sue canzoni di successo. Lo fa nella sua lingua di quando era bambino, quella che parlavano i suoi nonni, il dialetto abruzzese essendo lui nato a Penne, in provincia di Pescara, 40 anni fa. Ha avuto gioie ma anche dolori come quello fortissimo che gli ha procurato la perdita del caro papà Vincenzo il 6 giugno dell’anno scorso. Gli artisti, si sa, hanno un animo gentile e sensibile e sono pronti sempre a dare per quanto hanno ricevuto. Il papà di Nicola si è spento dopo tre giorni di ricovero, in una stanza dell’Hospice della Asl di Pescara.
«Sono stati tre giorni tremendi ma non posso dimenticare la gentilezza, la sensibilità, l’umanità del personale di quel reparto». Proprio per questo, il prossimo 8 aprile, al Teatro Massimo di Pescara, l’artista terrà un concerto dedicato proprio a tutti coloro che si sono occupati del papà. «Mi sono sentito di fare questa cosa per dire grazie. L’incasso del concerto sarà devoluto alla Uoc di Hospice e area solidale della Asl di Pescara. Vedete ci sono vari modi di fare beneficenza e di ringraziare. Mi sono sentito di fare questo. Poi la data dell’8 aprile è particolare: mio padre avrebbe compiuto 70 anni».
Basterebbe questo per presentare un personaggio, un artista, che vive a Roma da 18 anni ma che ha l’abruzzesità nel sangue ma anche nelle sue canzoni. Una compagna, un figlio e quel nome d’arte che ha una origine tutta abruzzese: «È noto che in Abruzzo i soprannomi spesso sostituiscono nomi e cognomi. Ecco, quella della mia famiglia era “setacciaro”, che viene dal setaccio che tutti sanno cos’è. Da lì avevo iniziato a usare Setak come password per le mie cose e da lì, poi, l’idea: perché non usarlo come nome d’arte? La scelta è stata facile». Ma Setak va oltre il nome, i testi delle sue canzoni sono tutti in dialetto abruzzese.
Una bella sfida?
«La scelta deriva dal fatto che a un certo punto volevo avere una mia reale identità. Il nostro dialetto, poi, ha più problemi di altri come musicalità. Prendete quello napoletano ad esempio, ha una sua cultura musicale incredibile, inavvicinabile. Quello abruzzese era buono solo per i canti folkloristici. Da lì l’idea di dargli una identità e una dignità differente».
Se lo aspettava un successo come quello che è poi arrivato?
«Non lo so. Mi fa piacere che si conoscano le mie canzoni, che il mio lavoro mi preceda come importanza. Di solito per gli artisti è il contrario, viene prima il nome e poi le canzoni. Quello che conta, invece, è che il mondo della musica ti dia una tua riconoscibilità attraverso le canzoni che scrivi, che musichi, che canti».
Una volta si chiamavano cantautori quelli come lei.
«Sì, è vero. Oggi è un termine un po’ desueto, per me la musica ha una sua universalità».
Come tratta i suoi testi?
«Li scrivo esattamente come se fossero in una lingua straniera. Qualcuno ha detto che io ero un cantante che guardava soprattutto alla protezione del dialetto abruzzese. Non è così, io sono esattamente l’opposto. Mi interessa solo l’aspetto sentimentale della lingua in cui canto. Va soprattutto ricordata una cosa: non esiste un dialetto abruzzese unico. Qui la lingua cambia nel giro di pochi chilometri. Non c’è un dialetto unico ma ce ne sono tanti. Pensate a una città come Roma, tutti parlano allo stesso modo. Se pensiamo all’estensione territoriale della città e facciamo un raffronto con l’Abruzzo, per quel territorio troveremo da noi una decina di dialetti differenti».
Un segreto che ha ce lo dice?
«Quello che a volte, nei miei testi, metto delle parole che non esistono. Servono per dare armonia e musicalità».
Come faceva Adriano Celentano?
«Lui le inventava di sana pianta fingendo di cantare in inglese, la mie hanno una piccola base e poi le cambio».
La sua polemica con Enrico Melozzi ha smosso un po’ le acque. Cosa è successo?
«Guardate: a me è stata fatta una domanda e io ho semplicemente risposto. Non volevo attaccare o criticare Melozzi. Enrico è un artista che sa fare molto bene il suo lavoro. A volte si hanno visioni differenti. C’è chi pensa che un solo evento possa risolvere molti problemi e chi, come me, che pensa invece che se di eventi, con gli stessi soldi, se ne facessero cento forse sarebbe meglio».
Lei è entrato in Extra, l’associazione che racchiude gli abruzzesi più famosi nel mondo. Una soddisfazione?
«Assoluta. Paride Vitale ha ascoltato alcune mie canzoni e siamo diventati amici. Mi ha presentato al presidente Alberto Leonardis che ha ritenuto di concedermi questo onore. L’aspetto più interessante credo che sia proprio quello di mescolare i vari mondi e diverse esperienze apparentemente distanti tra loro».
Cosa vorrebbe fare dopo il concerto di Pescara?
«Poco dopo il concerto di Pescara proseguirà il tour con le date di Milano (13 maggio - Arci bellezza) e Bologna (14 maggio - Locomotiv) e altre date che si stanno aggiungendo al calendario. Inoltre mi piacerebbe fare qualcosa a L’Aquila in questo anno così importante, dove il capoluogo di regione è capitale della cultura. Ci vediamo in giro e, come dico sempre, m’arcummanne».