Paura
L'Aquila, caricata da un cinghiale: giovane finisce in ospedale
di Redazione L'Aquila

Diciassette anni fa il terremoto dell’Aquila lasciava macerie e lutti, suscitando dolore e solidarietà in tutta Italia e nel mondo.
309 morti, oltre 1.600 feriti, circa 80.000 sfollati.
Non serve ricordare il G8.
Non serve ricordare le delusioni giudiziarie.
Non serve aggiungere altro al cordoglio che ogni 6 aprile torna, silenzioso e condiviso.
Ci permettiamo però di custodire e condividere una memoria che non si è mai spenta, nelle parole di Carlo Cerasò Cerasoli dell’Aquila Rugby.
A tutti noi, e da tutti noi, una preghiera. Ognuno a suo modo.

"Era il 3 aprile 2009… un semplice venerdì.
Ci ritrovammo allo stadio del rugby, sotto al cimitero, per il classico team run prima della partita. Finito l’allenamento, come sempre, andammo in centro per un caffè e poi tutti a casa: il giorno dopo si partiva per Alghero.
Sabato 4 aprile, partenza verso Fiumicino per prendere l’aereo.
Durante il viaggio Ciccio girava per il pullman distribuendo le pastarelle: era il più giovane e stava per esordire con l’Aquila Rugby.
La prima andò a Loreto Cucchiarelli… una pasta alla crema che, al primo morso, esplose ovunque. Risate infinite.
Arrivammo ad Alghero in serata. Tutti al telefono con i nostri cari. Erano giorni che la terra tremava… e forte.
Domenica 5 aprile, partita vinta. Si torna a L’Aquila.
Arrivammo verso le 23 e, appena scesi dal pullman, una scossa fortissima. Ma restammo tranquilli: ci avevano abituati così.
Andammo a mangiare in centro.
Alle 01:15 un’altra scossa, ancora più forte. Mai sentita così. Eppure, ancora una volta, cercammo di restare calmi.
Alle 3:32 del 6 aprile la nostra vita cambia.
Caos. Polvere. Paura.
Dopo aver messo in salvo i nostri cari, ci ritrovammo tutti in centro.
Ma mancava qualcuno: Ciccio.
Era già sotto le macerie. E non avrebbe più rivisto la luce.
Il giorno dei funerali di Stato eravamo tutti lì. Un silenzio irreale.
Durante la cerimonia ci mettemmo in cerchio attorno alla sua bara: chi piangeva, chi bestemmiava, chi non riusciva a parlare. Tutti pieni di rabbia.
Alla fine restammo ancora lì, in cerchio.
E dicemmo una cosa sola: si va avanti.
Continuammo il campionato.
La prima partita dopo il terremoto fu a San Donà.
Nello spogliatoio non volava una mosca.
Al centro, una sedia con sopra la maglia di Ciccio.
L’arbitro entra per il riconoscimento:
“Sebastiani?”
Scoppiammo a piangere.
Ma la rabbia cresceva. Eravamo pieni.
Entrammo in campo. Durante il minuto di silenzio un giocatore del San Donà disse:
“Oggi ci ammazzano.”
E forse era vero.
Vincemmo.
E scoppiammo tutti in lacrime, andando a salutare i 400 tifosi partiti alle 3 di notte per stare con noi.
La stagione finì con una finale persa ai supplementari.
Volevamo regalare una gioia al nostro popolo.
Ancora oggi chiedo scusa per non esserci riusciti.
Se lo meritavano.
Ma una cosa va detta:
quei ragazzi, in quel momento, sono stati il simbolo di una città ferita.
Non siamo stati campioni d’Italia.
Non lo abbiamo mai pensato.
Ma quella squadra merita di essere ricordata.
Perché ha fatto la storia.
La fortuna di averne fatto parte.
La fortuna di essere amici.
Non posso fare altro che dire grazie.
All’Aquila Rugby.