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Fuori copertina: Risme private di Andrea Giampietro

Il titolo rimanda alla concretezza della pagina, alla materialità di una moltitudine di fogli bianchi che è parte integrante dell’abito poetico. C’è anche l’allusione al privato che in questa raccolta non è mai ombelicale

Andrea Giampietro
Andrea Giampietro
di Valeria Di Felice
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Giunto alla sua quinta raccolta poetica con Risme private (Di Felice, 2024), Andrea Giampietro (Popoli 1985) conferma quel “miscuglio esatto di pensiero e sensibilità” che Maria Luisa Spaziani aveva già colto nel 2010 – vale a dire agli esordi della sua produzione letteraria – come tratto distintivo della sua poetica.

Studioso di storia e letteratura abruzzese e traduttore di importanti poeti dal francese e dall’inglese, Giampietro ha sempre mostrato una attenta e certosina dedizione al mondo della parola, rendendo il linguaggio – con la sua precisione, la sua interconnessione con la giocosità fonica e semantica, la sua studiata ma non artificiosa ricerca metrica – un punto prioritario della sua poetica. Come sottolinea Silvio Ramat nella prefazione, il dominio dell’endecasillabo è “il costante e insostituibile signore della trama sonora”. Tuttavia, la marcata attenzione alla metrica non si configura come un mero automatismo della tradizione, ma come una raffinata operazione di riscrittura che rinnova il repertorio ritmico e musicale del passato alla luce del “segreto” contemporaneo.

Nelle vesti di un artigiano della parola che sa tessere i fili dell’intuizione e renderli visibili allo sguardo del lettore, il poeta ha a che fare con la fatica dei giorni e con il suo spazio vitale di immersione, vale a dire con tutto ciò che lo connette a sé e agli altri.

Il titolo, Risme private, rimanda alla concretezza della pagina, alla materialità di una moltitudine di fogli bianchi che è parte integrante dell’abito poetico. Oltre all’immagine fattiva della risma, c’è l’allusione al privato che in questa raccolta non è mai ombelicale. Il dato biografico diventa il pretesto per espandere l’intuizione e renderla slancio tematico a pieno raggio.

Nel recupero delle risme private, c’è anche la riemersione di un mondo oscuro che man mano si assottiglia grazie alla forza trasformativa della parola poetica: “Risme private in fondo ad un cassetto / dove non entra luce che riverberi/ le chiose poste a margine del foglio, / quasi un presagio di letture postume.”

Le letture postume richiamano il tema della marginalizzazione della poesia, come nel componimento Necrologi umani o Carta ai posteri: la scrittura diventa una riserva per il futuro, nella piena fiducia che la parola riesca a condensare “il sangue delle vene” e ad espandere il senso pulsante della vita sopravvivendo al poeta stesso: “Abbiamo rilegato scarabocchi, / temini scritti con brutta grafia, / disegni e quadratini ritagliati / – i cubi da comporre per la scuola – / per farne della carta buona ai posteri, / ché niente resterà di tante chiacchiere / né delle voci che affidiamo all’etere, / lasciando senza epistole gli archivi.”

Un motivo ricorsivo è quello dell’attesa, una dimensione che separa o meglio lega il poeta al lettore, una distanza che potrebbe trasformarsi in ruggine o ancora in muffa o polvere, senza trovare lo sperato esito della condivisione.

In questo “tempo dei serragli aperti” in cui la superficialità la fa da padrone e le esche delle mode sono tranelli in cui è facile cadere, Andrea Giampietro invita a riscoprire l’autentico con la chiave dell’ironia e a volte dell’affondo emotivo, proponendo l’utopia di un nuovo approdo o l’annuncio di una quotidianità riconciliata.

I toni si fanno più sferzanti, giocosi, esortativi nella sezione “Zero in condotta” con diciotto rappresentazioni vive e fluttuanti: pagine in cui si condensa la vita nel suo farsi esperienza agli occhi di chi guarda e in cui scorre la genuinità primordiale dell’umanità nell’entusiasmo dei bambini: “Zero in condotta a te, se punti il dito / contro chi rende vita all’innocenza / d’un patto stipulato con lo sputo.”

L’ironia cede il posto all’invettiva o al sarcasmo nella sezione “Svaghi e licenze” dove il linguaggio si fa più rappreso, e – nella maggior parte dei casi – sono le quartine a definire lo spazio della denuncia.

La parola diventa la lente attraverso cui osservare la realtà, coglierla e denudarla fino ad arrivare al nocciolo della questione: il tono mordace del poeta non è diffamatorio, ma rivelatorio di una falla, di una crepa, di una stortura: “Prefazione a un illustre sconosciuto / di un qualche letterato competente; / due paginette, a somma pattuita, / per dire tutto e soprattutto niente.”

E per concludere le dediche finali tra le quali quelle a Pietro Civitareale e Giuseppe Rosato, poeti di origini abruzzesi che fanno parte a pieno titolo del patrimonio letterario abruzzese.

Quindi cosa troviamo fuori copertina? Troviamo l’impronta di una parola che incarna lo sguardo disincantato sul mondo, che rifugge i luoghi senza vita o senza storia, che combatte l’indifferenza alle sfide morali della contemporaneità. E lo fa scuotendo, aprendo varchi, rendendosi testimone del proprio tempo.

 

Valeria Di Felice (Nereto 1984) fonda nel 2010 la Di Felice Edizioni. Ha pubblicato diverse raccolte poetiche tradotte in spagnolo, arabo, romeno e nederlandese e ha curato diversi volumi sulla poesia.

Nel 2018 ha tradotto il libro di racconti della scrittrice marocchina Fatiha Morchid, L’amore non è abbastanza. Nel 2023, per la prima volta in Italia ha tradotto e curato le poesie della contessa Anna De Brémont, Sonetti e poesie d’amore.

È ideatrice e curatrice della rubrica fuori copertina per Abruzzodaily.

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