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La storia

Teramo, un anno dopo il dramma: cosa non ha funzionato nel caso di Matteo

Per lungo tempo il giovane ha convissuto con una depressione grave nonostante le richieste di aiuto rivolte a diversi specialisti

Matteo
Matteo
di Giancarlo Falconi
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TERAMO. Un caso che solleva interrogativi profondi sul sistema sanitario e sull’ascolto del disagio giovanile. Matteo, 20 anni, racconta una vicenda che inizia il 21 marzo di un anno fa e che, nel giro di pochi mesi, si trasforma in una spirale drammatica fatta di solitudine, dolore e mancate risposte.

Per lungo tempo il giovane ha convissuto con una depressione grave. Nonostante le richieste di aiuto rivolte a diversi specialisti, Matteo sostiene di non essere stato creduto fino in fondo. Il suo disagio, racconta, è rimasto inascoltato, lasciandolo solo ad affrontare una battaglia interiore sempre più pesante.

Poi il punto di rottura: un tentativo di suicidio che segna un prima e un dopo nella sua vita.

 La caduta gli provoca una grave lesione: la frattura delle vertebre cervicali C5-C6. Da quel momento Matteo vive su una sedia a rotelle, con una paralisi che coinvolge oltre il 70% del corpo e una perdita significativa dell’autonomia motoria e sensoriale. Seguono 40 giorni in rianimazione e diversi interventi chirurgici. Inizia così un lungo e complesso percorso riabilitativo, fatto di progressi lenti, dolore costante e una quotidianità completamente stravolta.

Oggi esiste una possibilità: un intervento per la rigenerazione del midollo spinale. Una strada che potrebbe cambiare il suo futuro, ma che presenta un ostacolo decisivo: i costi elevati, non coperti dal sistema sanitario nazionale. Oltre allo scetticismo della scienza e di tanti chirurghi. 

Matteo ha scelto di chiedere aiuto, affidandosi alla solidarietà di chi vorrà sostenerlo in questo percorso.

A un anno esatto da quel 21 marzo, il giovane torna a raccontarsi. Tra difficoltà, terapie e instabilità emotiva, emergono anche piccoli segnali di miglioramento e una determinazione che non si è mai spenta. «È passato un anno da quel giorno che ha cambiato per sempre la mia vita», scrive. «Un anno fatto di dolore, ma anche di battaglie e piccoli progressi. Nonostante tutto, ce l’ho fatta: non ho mai smesso di lottare. E continuerò a farlo, perché il mio obiettivo è uno solo: tornare a vivere».

Una storia che non è solo personale, ma che apre a domande più ampie: quante richieste di aiuto restano ancora oggi senza risposta, fino a diventare tragedie evitabili?

Qui la raccolta fondi per aiutare Matteo