Ambiente
Teramo, ancora un caso di abbandono illecito di rifiuti - Il video racconto
di Giancarlo Falconi

TERAMO. Ci sono luoghi negli ospedali dove la medicina non è soltanto scienza, ma confine sottile tra paura e speranza. Il reparto di Malattie Infettive dell’ospedale Mazzini di Teramo è uno di questi. Qui, tra monitor che scandiscono il tempo e terapie che combattono battaglie invisibili, c’è chi sta affrontando la propria quinta setticemia. Un numero che, da solo, racconta già una storia di resistenza.
Chi ha attraversato questa esperienza conosce il peso della parola “setticemia”. Non è solo una diagnosi: è un precipizio. E chi non ci è mai passato, difficilmente può immaginare quanta paura si possa provare quando il corpo diventa campo di battaglia.
Eppure, dietro le porte di questo reparto, accade qualcosa che va oltre i protocolli clinici.
La paziente che ha voluto condividere la sua testimonianza racconta di non sentirsi “una cartella clinica”, né “un accesso venoso” o “un valore da monitorare”. Parole che, in molti contesti sanitari, suonerebbero come una denuncia. Qui, invece, diventano il punto di partenza di un riconoscimento: quello dell’umanità.
Ogni medico entra nella stanza con competenza, ma anche con rispetto. Ogni infermiere conosce il peso del silenzio e quello delle parole giuste. Ogni operatore socio-sanitario compie gesti che non finiscono nei referti, ma restano impressi nella memoria. Persino chi si occupa delle pulizie — racconta — “porta luce in una giornata che a volte sembra infinita”.
In un sistema sanitario spesso descritto attraverso numeri, carenze e criticità, questa storia illumina un’altra dimensione: quella della cura come relazione umana. Perché, quando si attraversa “l’inferno per la quinta volta”, la differenza non la fa soltanto la terapia corretta. La fa l’umanità.
Ed è proprio questa umanità che la paziente dice di ricevere ogni giorno: “Con delicatezza. Con professionalità. Con cuore.” Parole semplici, ma potenti, che diventano un ringraziamento collettivo a tutto il reparto.
Un grazie speciale è rivolto alla dottoressa D’Alonzo, indicata come punto di riferimento umano e professionale in un momento di estrema fragilità. Non solo per ciò che viene fatto, ma per come viene fatto.
Perché, quando si è vicini al limite, sentirsi al sicuro non è un dettaglio. È tutto.
Lettera firmata.