L'Aquila
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di Pino Veri

L’AQUILA. A diciassette anni dal sisma del 6 aprile 2009 L’Aquila torna ad essere luogo di riflessione e confronto sui grandi traumi collettivi. Si è svolto oggi, 28 marzo, nella Sala Ipogea del Consiglio regionale dell’Abruzzo, il terzo convegno nazionale “Il Terremoto dell’Anima - Comunità ferita. Effetti post-traumatici per catastrofi naturali e belliche”.
Un appuntamento che ha posto al centro non solo il dolore delle singole persone, ma le ferite profonde che eventi come terremoti e guerre lasciano sull’intero tessuto sociale: famiglie, istituzioni, scuole, strutture sanitarie e realtà ecclesiali.
All'incontro ha partecipato anche il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Cei, e l'altro cardinale Giuseppe Petrocchi. L’iniziativa nasce proprio dall’esperienza aquilana, che dopo il terremoto del 2009 ha rappresentato un laboratorio umano e sociale, segnato da una lunga fase di emergenza, ma anche da percorsi di ricostruzione e resilienza.
Il convegno, infatti, si inserisce in un cammino già avviato negli anni precedenti, con l’obiettivo di approfondire gli effetti a lungo termine dei traumi collettivi post-traumatici e di individuare strumenti concreti per affrontarli.
La comunicazione
Ampio spazio è stato dedicato anche al ruolo della comunicazione, chiamata ad essere responsabile, accurata e rispettosa, evitando semplificazioni o narrazioni distorte del dolore. Un tema centrale, soprattutto in un contesto in cui le emergenze sono sempre più frequenti e mediatizzate.
In questa prospettiva si è inserito l’intervento del direttore dell’Agenzia Regionale di Protezione Civile, Maurizio Scelli, che ha svolto prima di partire per Silvi, in provincia di Teramo, dove è in corso un movimento franoso che sta interessando alcune abitazioni: un contributo che ha posto l’accento sull’importanza dell’educazione come strumento di prevenzione e crescita, capace di trasformare l’esperienza del trauma in consapevolezza e partecipazione attiva.
Scelli ha posto al centro del suo intervento il valore del volontariato, definendolo «uno dei segni più autentici di resilienza, un ambito che non può essere rinchiuso in categorie ideologiche, ma che rappresenta una scelta concreta di servizio. Uomini e donne - ha sottolineato, parlando del valore del volontariato di protezione civile - che indossano una divisa e operano con spirito di sacrificio mettendosi al servizio degli altri».
Da qui la necessità di ricostruire una sinergia tra vocazione e operatività concreta, soprattutto in un tempo in cui i giovani rischiano di perdere riferimenti solidi: «I modelli oggi sono spesso quelli dei social - ha osservato Scelli - ma i valori veri restano dentro di noi: dobbiamo riscoprirli ogni giorno, non solo nei momenti di bisogno e trasferirli ai più giovani».
Scelli ha ripercorso anche alcuni passaggi significativi della propria esperienza personale e istituzionale, ricordando come alcune scelte difficili, maturate anche nell’obbedienza e nel servizio, si siano rivelate nel tempo fonte di consolazione e consapevolezza. Un percorso che ha trovato una svolta simbolica proprio all’Aquila, all’indomani del Terremoto dell’Aquila del 2009: «quel giorno - ha raccontato Scelli - ho capito che, nonostante gli errori, la speranza che non delude doveva restare il cuore del mio cammino».
Un passaggio particolarmente significativo è stato quello dedicato alle missioni umanitarie condotte in Iraq come responsabile della Croce Rossa Italiana. Scelli ha raccontato di aver visto «bambini rinascere e altri morire, ma anche di aver toccato con mano come la guerra non sia mai la soluzione e la democrazia non si possa esportare con la forza».
In questo contesto, ha richiamato il valore della cosiddetta «diplomazia umanitaria, fatta di relazioni, fiducia e condivisione del rischio, ricordando anche il lavoro svolto per restituire dignità e memoria, come nel caso del recupero del corpo di Fabrizio Quattrocchi, reso possibile anche grazie al coraggio di interlocutori locali».
In chiusura, Scelli ha rilanciato il significato più profondo della resilienza: «Non può essere solo una parola o uno slogan, né limitarsi a una dimensione economica o emergenziale. Deve diventare un cammino, una speranza concreta, una forza capace di entrare nelle scuole e parlare ai giovani». Un messaggio forte, che richiama alla responsabilità collettiva e alla necessità di costruire, a partire dalle ferite, una comunità più consapevole, solidale e orientata al bene comune.