Storia e territorio
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di Pino Veri

CHIETI. Ruggero D’Anastasio, docente di Antropologia dell’Università D’Annunzio, è stato il primo a provare scientificamente quanto si era solo ipotizzato: i triceratopi, gli enormi dinosauri vissuti 66 milioni di anni fa, si affrontavano in cruenti combattimenti con altre specie per il dominio del territorio e, con i propri simili, per l’accoppiamento con le femmine.
La scoperta del docente pescarese è ora al centro di un documentario prodotto dalla Nhk, la principale emittente giapponese, che racconta l’epopea di questa specie e in particolare di Big John, il più grande esemplare di Triceratops horridus mai scoperto, lungo oltre 6 metri e con un teschio dalla circonferenza di 2,5 metri, rinvenuto nel 2014 nel Dakota del Sud, negli Stati Uniti. Lo studio paleopatologico condotto dall’équipe di D’Anastasio iniziò nel 2020, quando Big John venne portato a Trieste per un restauro, ed è stato pubblicato sulla rivista “Scientific Reports” del gruppo Nature.
A D’Anastasio venne affidato il compito di analizzare una singolare perforazione a forma di “serratura” sul collare osseo destro del grosso rettile. D’Anastasio e la sua équipe, che comprende ricercatori dell’Università di Bologna, hanno prelevato un microcampione di osso dal margine del foro, sottoponendolo ad analisi al microscopio elettronico e ad indagini microanalitiche chimiche a Chieti. Gli accertamenti hanno dimostrato che il foro derivava da una ferita traumatica, causata dal colpo del corno di un rivale, sferrato da dietro e penetrato nell’osso. Una ferita da combattimento, quindi.
Altra scoperta notevole è stata che la dinamica della rigenerazione ossea è apparsa identica a quella dei mammiferi, e la formazione istologica dell’osso simile a quella umana. Il tessuto attorno al foro mostrava infatti chiari segni di rigenerazione ossea e deposizione di sostanza preossea ancora in fase di mineralizzazione al momento della morte.
«Comprendere come si rigenerava l’osso in un organismo gigante del Cretaceo ci offre prospettive straordinarie sulla biologia generale», spiega D’Anastasio, «l’aspetto eccezionale è che le fasi molecolari e cellulari di riparazione osservate in Big John mostrano analogie impressionanti con i processi che avvengono oggi nei mammiferi e nell’uomo quando riparano una frattura. Applicare gli strumenti della medicina contemporanea ai fossili ci aiuta a capire l’origine e la natura stessa della nostra capacità di guarire».
Per il prorettore vicario della D’Annunzio, Carmine Catenacci, «il fatto che la tv pubblica giapponese abbia scelto la nostra università e il nostro museo per questo grande progetto internazionale testimonia la qualità e la rilevanza scientifica del lavoro svolto dai nostri docenti e ricercatori nel panorama mondiale».